Finalmente.
Era un giorno perfetto.
Il sole splendeva, l'aria era insolitamente tersa e il cielo di un blu raro.
Temperatura ottimale, non più il caldazzo estivo, non ancora il freddo invernale: una meraviglia.
Ricordai che, uscendo di casa, avevo avuto la fortissima tentazione di andarmene a fare un giro, invece che in ufficio.
Avrei dovuto, pensai con un inspiegabile sorriso.
Quante volte avevo avuto la tentazione di fare un colpo di testa, mandare mentalmente tutti a quel paese e andarmene da qualche parte, liberarmi da quel fardello quotidiano di noia e ripetitività.
La sera mi riempivo gli occhi e la testa di documentari su posti lontani, il Perù, la Malesia, le Galapagos.
C'erano persone che passavano la vita a viaggiare, uno zaino in spalla e nessun programma. Andavano, pochi soldi, solo voglia di conoscere posti e gente nuova, nessun vincolo. Li definivo coraggiosi, li invidiavo per la loro intraprendenza e mi chiedevo di cosa vivessero, o cosa avrebbero potuto fare una volta tornati a casa.
Avevo bisogno di credere che anche loro avessero un posto in cui tornare, mi aiutava a renderli in qualche modo più simili a me.
Sognavo di fare come loro, ma poi finivo sempre per autoconvincermi che non era cosa per me, che bisognava essere predisposti caratterialmente per fare una vita così.
Razionalizzavo, ripetendomi che non avrei più avuto alcuna possibilità di lavoro al rientro, che avrei perso degli anni per maturare la pensione, più altre mille inutili scuse.
Ora, solo ora, ho capito che erano i presupposti del ragionamento ad essere sbagliati.
Ora, in questo momento di paura e smarrimento, ho realizzato che il concetto avrebbe sempre dovuto essere quello del "qui e ora".
Il senso di responsabilità, o almeno quello che ci era stato inculcato come tale per essere accettati nella società moderna, aveva invece sempre prevalso.
A tratti mi sentivo un codardo, poi l'ignavia, travestita da lucidità, prendeva il sopravvento e, con un certo orgoglio, mi autodefinivo uomo maturo e saggio, chiudendo mentalmente, e almeno temporaneamente, la questione.
Me la cantavo e me la suonavo, come centinaia, migliaia, milioni di persone che, come me, quella mattina erano andati al lavoro, come ogni dannato giorno, seguendo la stessa rassicurante routine.
Mi rendevo anche conto di non essere solo nella mia frustrazione: di tutti quelli che conoscevo, quasi nessuno era soddisfatto della sua vita.
In effetti, pensandoci un attimo, si lagnavano tutti, sbrodolando addosso agli altri le loro menate, per poi poter constatare di avere problemi simili e consolandosi a vicenda.
Alla fine, sospirando, concludevano che si stavano lamentando di gamba sana, facendosi versare ancora un goccio di vino e ridendoci su amaramente.
In realtà, molti si sentivano come mosche nel miele, intrappolati in una dolce prigione nella quale più si muovevano, più sprecavano energie. Inutilmente e senza risultato, ma nessuno aveva mai il coraggio o anche solo l’idea di cercare l'apertura del barattolo.
Pensai quasi con nostalgia al pic-nic di qualche settimana prima, dove non avrei voluto essere nemmeno sotto tortura, ma dove per dovere, per rimorso, per convenzione sociale, per chissà quale paura di emarginazione, alla fine ero andato.
Il mio migliore amico aveva passato il pomeriggio a lamentarsi della moglie che non lavorava e spendeva un sacco di soldi in cose inutili, ma d'altronde "la amo e non potrei mai lasciarla", diceva.
La sua sposa, nello stesso momento, si stava lagnando, dentro il suo vestito firmato e dietro il suo ombretto da 100 dollari, del fatto che lui arrivasse sempre a casa stanco e si mettesse davanti alla TV, invece che portarla fuori a cena.
Mentre immaginavo questa scena domestica, probabilmente ripetuta in migliaia di case in tutto il mondo, vidi distintamente sullo sfondo, come nell'inquadratura di un film, i loro due figli sul divano, con in mano un tablet ciascuno, lo sguardo spento e un po' triste.
Quella stessa mattina ero passato a prendere un caffè e una ciambella nel locale sotto l'ufficio e il barista, con cui avevo ormai confidenza, mi aveva confessato che non ne poteva più di turni assurdi e paga infima, che avrebbe voluto mollare tutto e dedicarsi alla scrittura, ma che non sarebbe mai riuscito a mantenersi ed era quindi costretto a mandare giù dei gran rospi.
«Amico, un giorno ti arriverà una cartolina da Aruba, saprai che sono io» aveva concluso tenendosi il resto di mancia.
Sempre più depresso, avevo preso l'ascensore, per fortuna semivuoto dato che ero in ritardo, ed entrando in ufficio ero stato assalito dalla mia segretaria, che, preoccupatissima, mi comunicava che il Capo mi cercava con urgenza.
Il Capo, che non meritava per niente la Maiuscola, era un individuo viscido e incapace, ma che comunque non faceva che lamentarsi, a sua volta, di quelli più in alto di lui.
In effetti, oggi, l'Universo aveva provato in tutti i modi a comunicarmi che avrei dovuto girare i tacchi e andarmene a fare una gita in battello, ma il destino maledetto, oppure forse il senso di responsabilità acquisito negli anni, mi avevano condannato a rimanere in quel luogo malsano.
Mi viene quindi quasi naturale, mentre il fumo cerca di offuscarmi la mente, pensare con un sospiro alle passeggiate che non ho fatto, ai quadri che non ho dipinto, ai libri che non ho finito.
Ai posti che non ho visto, alle persone che non ho conosciuto, ai baci che non ho dato.
Alle scuse che non ho fatto, alle richieste di aiuto che ho ignorato, ai dubbi che non ho sciolto.
Alla vita che ho sprecato.
Sentendomi molto stupido, ho però avuto l'incredibile lucidità di capire che non posso permettermi di esserlo, proprio in questo momento.
Scrivo un biglietto. Ci metto un tempo indefinito a raccogliere le idee, mi manca l'ossigeno e gli occhi sono lacrime, ma alla fine mi sembra buono.
Chiaro e conciso, essenziale. Chissà se prima o poi lo leggerà.
Immaginandomi tutti gli scenari possibili, decido di infilarmelo in tasca.
Sono calmo, sereno, mentre prendo la decisione più difficile della mia vita.
Non capisco, ma so. Non c'è più tempo per le domande esistenziali.
L'aria che entra dalla finestra in frantumi mi sembra fresca e buona come non lo è mai stata. L'azzurro che intravedo è invitante.
Ringrazio il Signore di avermi dato una possibilità di scelta, e mi butto.
New York dall'alto è bellissima, e le Torri sono in fiamme.
Finalmente, sono libero.

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